Yuen Ling-yuk (Center Stage) - di Stanley Kwan (1992)
Quando si parla di nouvelle vague cinese a proposito di Stanley Kwan viene subito in mente questo capolavoro assoluto del cinema orientale.
Un film che toglie letteralmente il fiato, smettiamo di respirare fino al cut.
Tante, troppe cose da dire su questa pellicola che varrebbe la pena tacere, e godere dello stordimento della visione.
Biopic certamente, gli ultimi anni di vita della più popolare e famosa attrice cinese degli anni '30 Ruan Ling-yu (Yuen Ling-yuk è il nome in cantonese) morta suicida a 26 anni per la pressione della stampa sulla sua storia d'amore con un uomo sposato.
Film-nostalgia, il rimpianto per il grande cinema cinese degli anni '30, i grandi registi dell'epoca, il glamour di Shangai, e quei costumi, e le scenografie e la fotografia e le attrici, icone inarrivabili di seduzione irresistibile, facessero le suore o le puttane, le operaie rivoluzionarie o le annoiate donne borghesi.
Film di donne (Ruan e le sue colleghe, Ruan e sua madre), per un regista che ha messo molto di Cukor in sè e nei suoi film. E quando vediamo una scena da un set in cui un regista mostra a Ruan come deve recitare una scena, viene in mente il Cukor perfetto imitatore di Marilyn assente sul set dell'incompiuto Something's Got to Give. Marilyn che si uccise.
Intreccio tra cinema e vita, finzione e realtà, attori e caratteri, vero e falso, dentro e fuori scena. L'inquadratura si allarga e scopre il set, Maggie stai respirando, facciamone un'altra.
Inserti quasi godardiani, si inseriscono nello script i dialoghi di Kwan con gli attori, le interviste alle star dell'epoca, i fuori scena, i fuori campo, gli inserti originali dei film girati al tempo dall'attrice, inquadrature provate e discusse e magicamente riprodotte un istante dopo, pianti che arrivano dopo tre ciak e capaci di commuovere, partire da una sbiadita fotografia in bianco e nero e darle vita, messa in scena grazie alla magia del cinema.
E la vita diviene arte e l'arte si nutre della vita, prosciugandola.
Un cinema che dà tanto e ti chiede tutto, l'occhio della macchina da presa che ti ruba la vita mentre ti dona la fama.
Ruan, eroina da melodramma, che gioca a fare la Dietrich avendone la forza ma non l'ironia, sfruttata dagli uomini (amanti e registi), decisi ad ottenere da lei stille di amore e lacrime, uno sguardo da stampare, si uccide per amore, fissando(si) immortale in un indimenticabile fotogramma sgranato.
Straordinario il lavoro di Kwan sulla fotografia, sulle inquadrature che strappano commozione pur rompendo l'incantesimo con tagli e ciak rifatti, e stop e si rigira. Nessuna leccatura, come abbiamo letto da qualche parte, nessuna maniera. Solo la forza del Cinema, il coraggio di tenere l'inquadratura al limite.
Inno alla magia del Cinema capace di commuoverci e stupirci anche conoscendo tutto il meccanismo.
Film-rimpianto, dove lo sguardo queer è per l'amore identificativo per (con) una donna indipendente, libera e volitiva, fragile e decisa, infelice e sofferente, che mostra il fake smile all'obiettivo della vita, che voleva solo essere se stessa, laddove, al cinema, come nella vita si condannati spesso ad essere qualcun altro.
Maggie Cheung dona tutta se stessa al film e si immola per noi. Inarrivabile.
La versione che abbiamo visto è un director's cut di 147 minuti. Ne esistono in circolazione anche altre versioni, più brevi.