sabato, maggio 24, 2008

La sala d'aspetto per l'inferno è in Belgio

In Bruges di Martin Mc Donagh (7,5)

Tutto è veramente finto in questa stupefacente pellicola di Martin Mc Donagh, così finto che si prende divertitamente sul serio.
Come in un film di Welles (che non a caso fa capolino da un televisore).

Film di forte impatto teatrale, fin dalla sapida scrittura piena di intelligenza, dall'uso degli attori negli spazi, dal gioco palese del cast, che non si prende sul serio nemmeno per un momento, stando serissimo in scena, Bruges è usata come palcoscenico da cui è impossibile fuggire: ci prova Colin Farrell, killer splendidamente ragazzino (ottima occasione per vedere la differenza tra l'uso dell'attore che ne fa Mc Donagh e l'uso che ne ha fatto Allen...) ma la sua uscita di scena non fa che fargli girare dietro le quinte per ritornare al centro del palcoscenico (la rappresentazione non è finita).
E Bruges è anche la sala d'aspetto per un destino segnato, per una colpa da espiare, che ogni serio carattere teatrale si porta addosso.
E In Bruges è anche gioco teatrale: l'attesa di Godot (che però qui arriva...), gli attori costretti ad agire nello spazio e per lo spazio della scenografia, la città evocata e connotata sopratutto dalle parole dello script (un continuo ripetere le bellezze affidato alla guida turistica), il gioco, anche di ruoli e di ruolo (si mente sulla propria identità, ci si rincorre rispettando le regole - facciamo che io salto dalla finestra e poi tu mi insegui), il ruolo del tempo che pare non scorrere mai, avanzando, l'attenzione per gli attori, cui si lascia molto giocare con il corpo.

Ma è gioco sul e col teatro fatto assolutamente con il mezzo cinematografico, che Mc Donagh usa con padronanza, palleggiando vari registri, virando dal drammatico al demenziale (aiutato da uno splendido copione) con una consapevolezza del raggiungimento del limite di una scena da non superare che piacevolmente lascia ammirati, e chiude con l'espiazione della colpa frutto però di un grossolano errore di prospettiva affidando al Falso la decisione. F for fake. Mai fidarsi degli attori.

Cast superlativo e usato benissimo (da un nevroticamente ironico Ralph Fiennes, al tenero cucciolo Colin Farrell, al gigante Brendan Gleeson, il migliore di tutti).

mercoledì, maggio 21, 2008

La camorra fuori fuoco

Gomorra - di Matteo Garrone (9)

A mettere a fuoco la camorra si rischia di banalizzarla, e Matteo Garrone, compiendo una scelta di cui gli saremo sempre grati, vi rinuncia.
Deliberatamente anzi, ne fa dichiarazione di intenti. La scelta stilistica è, da un lato quella di suggerire a chi vi si accosta da fuori (chi guarda) cosa essa sia (puoi vedere solo la superficie, lo sfondo ti sfuggirà sempre), dall'altro questa scelta sottintende la rinuncia allo sfondo del quadro, a farne un banalissimo affresco, in questo discostandosi dalla una certa tradizione del cinema di denuncia, politico.


Garrone decide di essere "politico" nella scelta delle induadrature, nei movimenti di macchina, nell'impastamento (con il sound designer di Gus Van Sant) con l'ambiente del sonoro in presa diretta.



Ogni volta che sentivo che una ripresa faceva venire fuori me come autore, vi rinunciavo (Matteo Garrone).


La precisa volontà di sottrarsi alla sociologia del fenomeno criminale, al documentario, alla narrazione da storia vera, fa venire fuori il cinema: inquadrature invisibili, facce che si buttano addosso all'obiettivo, camera a mano guidata dai luoghi, al servizio del cemento armato di Scampia, delle cave, dei cunicoli, della rena.
La rinuncia a virtuosismi d'autore lascia a casa la retorica (e l'antiretorica), il lavoro sul suono - che Garrone padroneggia come le scenografie naturali - toglie ogni romanticismo ai morti ammazzati e a chi li ammazza.
La musica non pennella la storia, ma è, come la terra, come la sabbia, come la parete che il piccolo Totò scala per raggiungere una pistola non sua.
L'apertura dell'inquadratura - significativamente usata nei vari momenti chiave - dal dettaglio al totale senza alcuna facile anticipazione e lascia storditi e più che svelare ci rende ancora più confusi.
La livida fotografia senza patinatura ma calibratissima nei suoi chiari e scuri, pieni e vuoti, dentro e fuori, illuminazione del dettaglio e apertura negli spazi aperti completa il discorso filmico.
Se siamo lontani dal neorealismo dei panni sporchi, siamo anche, fortunatamente distanti dai criminali romantici del cinema di genere.
Garrone e i suoi sceneggiatori (tra cui lo stesso autore del libro) non si fanno mangiare dalla letteratura, la padroneggiano disinnescandone i meccanismi "letterari" per restituirci, con il cinema, quella sensazione di soffocamento ineluttabile di chi decide di stare con la criminalità e vive come un topo (o una stupida scimmia?) in gabbia.

E significativamente Roberto che abbandona la carriera di smaltitore di rifiuti tossici, si avvia lontano dal Franco di Toni Servillo in aperta campagna, lungo il ciglio di una strada dritta. Ma, lo vediamo che Roberto non sa dove andare. Ma, necessariamente va. E noi con lui. Per non finire nella bocca di una ruspa.

[Siccome la blogsfera per me è condivisione, vorrei rimandare a quanto hanno scritto il mio amico Alessandro, per il quale la mia stima è pari al mio affetto e Unodipassaggio, che ha il dono di illuminare gli angoli che non riesco a vedere. Certe cose non hanno prezzo, per tutto il resto ci sono 36 mesi in piccole rate, Tan 0, Taeg 0).

Domani sposi

Approfittando della prossima legge californiana che disciplina il matrimonio omosessuale, una nostra amata vecchia conoscenza ha deciso di convolare a nozze con il suo compagno da 21 anni. Il Signor Sulu si sposa!! Auguri George.


martedì, maggio 20, 2008

Mara(chella)

Mara Carfagna, il Ministro per le pari opportunità, ha dichiarato che non concederà il patrocinio al Gay Pride.
Fin qui tutto legittimo, è nel potere di un Ministro decidere se patrocinare o meno.
Se Miss Maglietta Verde bagnata suscita maggiore interesse, o la sagra del culatello mantovano (a destra) merita maggiore sostegno, libera la Ministra di sostenere.
Pensavo toccasse alla Presidenza del Consiglio, ma so che Mara parla anche a nome di Silvio, con cui è in intimi rapporti.
Meno chiara è la giustificazione: i gay non sono discriminati.

E a dirglielo sono stati proprio i suoi amici omosessuali, che, evidentemente, sono felici e contenti.
Chi saranno? D&G? Floradora, il cane rosa di Limiti? I ballerini di Amici? Gli autori di Buona domenica?
O Mara avrà sentito operai, tornitori, meccanici, impiegati d'ordine, contadini gay?.
O quei parrucchieri che si sentono dire: "No, io da quel frocio non mi faccio toccare i capelli"?
A me ricorda la sempre attuale frase: "premesso che ho tanti amici gay...".
Insomma, Mara può negare un patrocinio che peraltro, concedendolo a qualunque cosa, ha un po' il valore di un autografo di Al Bano.
Però non credo sia stata una mossa molto intelligente quella aggiunta spericolata.
L'odio verso gli omosessuali è purtroppo presente, e il fatto che lo Stato assuma sulla questione un atteggiamento agnostico, ci rende parenti della Grecia e della Turchia.
Un tempo citavo anche il Portogallo, dove invece pare si stia muovendo qualcosa sulle unioni civili. Va bene tutto, ma superati dal Portogallo, no!
Però non ce l'ho con Mara, lei esprime tutto quello che gli italiani desiderano e vogliono (foto sopra). Per il resto, who cares?

domenica, maggio 18, 2008

Pensateci prima. Usate i condom

Si parla poco di prevenzione e profilassi.

Si sa, il maschio è poco propenso ad usare i preservativi, la femmina poco lo chiede (lui potrebbe alterarsi) ma la pubblicità lo vuole ricordare.
E lo fa a volte con un commercial politicamente scorretto, che più scorretto non si può.
Per questo non è mai andato in onda.
La pubblicità si permette di osare quello che, anche economicamente, non funziona. Grazie ai creativi che concepiscono anche spot che sanno già destinati al cestino. O a youtube (perchè poi entrano in gioco i meccanismi perversi del marketing virale - non va in onda ma lo faccio vedere in altro modo).






sabato, maggio 17, 2008

Assalto frontale a Hollywood

Hollywood Babylon it's back!

Due autori di guide turistiche e di libri sul cinema, Danforth Prince e Darwin Porter, a distanza di anni dai memorabili e scandalosi libri di Kenneth Anger hanno osato scandalizzare Hollywood con un libro che non nasconde nulla delle star.
E quando dico nulla, intendo proprio nulla.
Altro che pettegolezzi raccontati dalla cameriera, qui si parla di nudi frontali maschili.
E se il pisello di Ewan McGregor lo abbiamo visto tutti, e in diverse posizioni e grossezze, e quello di Daniel Radcliffe lo abbiamo intravisto, beh quelli di Mick Jagger (si spera, da giovane) John Malcovich e del Governatore della California ci mancano.
Quei pettegoli del Daily News ci dicono anche altro: ad esempio che Johnny Depp è soprannominato "IL MULO", e non mi riferisco al suo Q.I.
Sean Connery che posava per uno studio artistico si è sentito dire da uno studente: è il più grosso che abbia mai visto, mi fa sciogliere il carboncino!
Che se è una frase inventata, come frase da sit-com è formidabile e via con gli applausi.
E poi via via, Cary Grant avrebbe avuto una storia con il figliastro, fino a gemme incredibili come Winston Churchill che "got musical" con l'allora famosissimo attore e ballerino Ivor Novello, di cui già Kenneth Anger scrisse prodezze.
Ma si parla anche di crimini con Bette Davis accusata di omicidio del secondo marito e assolta da una giuria di fan scatenati.
Insomma, per noi amanti del gossip - vero o falso - su Hollywood c'è di che godere.
Anche se non siamo sicuri che la prosa dei due autori possa avvicinarsi alla suprema arte regalataci da Kenneth Anger.
(disponibile su amazon a 25 $ circa)

venerdì, maggio 16, 2008

Solondz narratore di storie

Storytelling di Todd Solondz (2001)

Solondz non ha paura di scrivere storie poco indulgenti (con i suoi personaggi e con il mercato).
Come Van Sant, Solondz non giudica gli adolescenti che racconta, ma rispetto alla empatia e all'umanità di Van Sant, gli adolescenti di Solondz, le famiglie di Solondz sono illuminate con un sarcasmo trapuntato di cinismo, senza cedimenti e concessioni. Gioca in difesa Solondz, contro quella merda che è la vita.

Il politicamente corretto è di intralcio ad una sceneggiatura e Solondz lo tira via.
Ma non come quelli che usano la scorrettezza politica per nascondere disprezzo e odio. Solondz non perde tempo a giudicare. Cala le figurine dei suoi mostri, e hanno i volti di grandi e piccini.
Tipo che c'è questo bambino in Storytelling che è la saccente, intelligente, senza scrupoli, futura classe dirigente: stronzo dentro, sarà stronzo tutta la vita. E lui lo sa. E lui ne è fiero. Subdolo e manipolatore, la generazione di domani è già pronta oggi. A meno che domestica, quella poveraccia che considera una serva, e che ha umiliato e fatto licenziare, non torni a vendicarsi. In due poche frasi di questo piccolo mostro, la sintesi del capitalismo.
E il fratello biondino, football e ragazze, stupidità sottovuoto che fa continuamente battute sui finocchi - cioè non ho problemi coi gay, ma io sono a posto - e l'altro fratello sempre fumato, Scooby, che tutti vogliono tenere sulla retta via della democratica istruzione, e lui vorrebbe solo essere un ospite dei talk show, cioè, tipo, essere famoso o qualcosa del genere. Ma non troppo famoso, un po' famoso. E sdraiato sul letto mentre è in trip si fa spompinare dall'amico gay.
E John Goodman, la media borghesia in camicia bianca e praticità, 150 chili di padre. I veri mostri sono dentro casa.
E Paul Giamatti (un rimando al solitario segaiolo Philip Seymour Hoffman di Happiness?) che gira il solito documentario sugli adolescenti senza provare il minimo interesse per loro.
"Non fiction" si chiama questa seconda parte del film ed è amaro sarcasmo che cola.
E nella prima, splendida, parte, "fiction", uno stupro vero diviene racconto banale e la realtà soccombe di fronte alla letteratura. Lezione di cinema, che si fa beffe del buonismo in letteratura come nella vita. Fuck me, nigger! Fuck me hard!

La stupefacente magnificenza di Solondz è che l'asciuttezza, l'assenza di retorica, le precise inquadrature, la misura, che allontana ogni enfasi, non concedono spazi alla pancia dello spettatore, se non a visione ultimata, coi vestiti appiccicati di stordimento e impotenza. Ma se l'infelicità di Happiness non lasciava appigli, forse questa nuova storia da raccontare, apre ad un po' di speranza per Scooby. Non per la sua famiglia (già) morta.

martedì, maggio 13, 2008

Tris di primi

Cannes 2008 - Evento

Léos Carax, Michel Gondry e Bong Joon Ho dirigono Tokyo!



lunedì, maggio 12, 2008

Center Stage: l'amore per il Cinema di Stanley Kwan

Yuen Ling-yuk (Center Stage) - di Stanley Kwan (1992)

Quando si parla di nouvelle vague cinese a proposito di Stanley Kwan viene subito in mente questo capolavoro assoluto del cinema orientale.
Un film che toglie letteralmente il fiato, smettiamo di respirare fino al cut.
Tante, troppe cose da dire su questa pellicola che varrebbe la pena tacere, e godere dello stordimento della visione.
Biopic certamente, gli ultimi anni di vita della più popolare e famosa attrice cinese degli anni '30 Ruan Ling-yu (Yuen Ling-yuk è il nome in cantonese) morta suicida a 26 anni per la pressione della stampa sulla sua storia d'amore con un uomo sposato.
Film-nostalgia, il rimpianto per il grande cinema cinese degli anni '30, i grandi registi dell'epoca, il glamour di Shangai, e quei costumi, e le scenografie e la fotografia e le attrici, icone inarrivabili di seduzione irresistibile, facessero le suore o le puttane, le operaie rivoluzionarie o le annoiate donne borghesi.
Film di donne (Ruan e le sue colleghe, Ruan e sua madre), per un regista che ha messo molto di Cukor in sè e nei suoi film. E quando vediamo una scena da un set in cui un regista mostra a Ruan come deve recitare una scena, viene in mente il Cukor perfetto imitatore di Marilyn assente sul set dell'incompiuto Something's Got to Give. Marilyn che si uccise.
Intreccio tra cinema e vita, finzione e realtà, attori e caratteri, vero e falso, dentro e fuori scena. L'inquadratura si allarga e scopre il set, Maggie stai respirando, facciamone un'altra.
Inserti quasi godardiani, si inseriscono nello script i dialoghi di Kwan con gli attori, le interviste alle star dell'epoca, i fuori scena, i fuori campo, gli inserti originali dei film girati al tempo dall'attrice, inquadrature provate e discusse e magicamente riprodotte un istante dopo, pianti che arrivano dopo tre ciak e capaci di commuovere, partire da una sbiadita fotografia in bianco e nero e darle vita, messa in scena grazie alla magia del cinema.
E la vita diviene arte e l'arte si nutre della vita, prosciugandola.
Un cinema che dà tanto e ti chiede tutto, l'occhio della macchina da presa che ti ruba la vita mentre ti dona la fama.
Ruan, eroina da melodramma, che gioca a fare la Dietrich avendone la forza ma non l'ironia, sfruttata dagli uomini (amanti e registi), decisi ad ottenere da lei stille di amore e lacrime, uno sguardo da stampare, si uccide per amore, fissando(si) immortale in un indimenticabile fotogramma sgranato.
Straordinario il lavoro di Kwan sulla fotografia, sulle inquadrature che strappano commozione pur rompendo l'incantesimo con tagli e ciak rifatti, e stop e si rigira. Nessuna leccatura, come abbiamo letto da qualche parte, nessuna maniera. Solo la forza del Cinema, il coraggio di tenere l'inquadratura al limite.
Inno alla magia del Cinema capace di commuoverci e stupirci anche conoscendo tutto il meccanismo.
Film-rimpianto, dove lo sguardo queer è per l'amore identificativo per (con) una donna indipendente, libera e volitiva, fragile e decisa, infelice e sofferente, che mostra il fake smile all'obiettivo della vita, che voleva solo essere se stessa, laddove, al cinema, come nella vita si condannati spesso ad essere qualcun altro.
Maggie Cheung dona tutta se stessa al film e si immola per noi. Inarrivabile.

La versione che abbiamo visto è un director's cut di 147 minuti. Ne esistono in circolazione anche altre versioni, più brevi.

giovedì, maggio 08, 2008

Politica spicciola

A tempo di record, sfornato il nuovo esecutivo, Berlusconi IV.
Il premier aveva già in tasca la lista dei componenti del Governo.

Visto che era già tutto deciso, per non uscire subito dal Quirinale, Berlusconi, Napolitano Letta e Marra (Segretario generale della Presidenza), hanno giocato a scopone scientifico per un'oretta. Lo scopone scientifico è stata l'unica concessione al Sud che il premier si è permesso, salvo quella tradizionale del bauscia che canta le canzoni in dialetto napoletano ma con terribile accento brianzolo.

Fini ha saputo la notizia dei nuovi Ministri dal telegiornale.


Tra i nuovi ingressi ministeriali si segnala quello di Mara Carfagna, potere della fica, cui il premier, si sa, non è insensibile. Avremmo maggiormente gradito Mara Venier, che avrebbe così anche soddisfatto le richieste di Ministri veneti da parte della Lega.
Ma ha vinto il merito, perchè la Carfagna non è solo bella, e avrebbe meritato un Ministero più importante.


La signora Carfagna, passato televisivo e presente politico, sarà alle pari opportunità, un Dicastero importante dal quale noi minoranze ci aspettiamo molto.
Ricordiamo del resto tutti la sua dichiarazione sugli omosessuali: "non vedo perchè lo Stato debba tutelarli, sono costituzionalmente sterili".

A soreta, cara Mara.

Intanto il neo sindaco di Roma, Gianni Alemanno, in attesa di patrocinare i nuovi giochi littori e il ritrovato cinema autarchico, dichiara che il Gay Pride è una manifestazione di esibizionismo sessuale e siccome a Roma si terrà (forse) il 7 giugno, si vedrà "di organizzare una formula che non offenda nessuno".
Una soluzione ventilata è stata quella di concedere un palazzetto dello sport, chiuso, nel quale i froci, al tramonto, fuori dalla fascia protetta, possano entrare e "fare un po' quello che je pare". Poi però, zozzoni, ripulite tutto dopo.
L'associazione GayLib (froci di destra) ha annunciato che sfilerà in giacca e cravatta (a Roma, a giugno). Sarà concesso l'uso della cravatta rosa, ma che questo non diventi l'ennesimo atto di esibizionismo sessuale.

Assunta Almirante ha dichiarato: "Immagino che il Comune di Roma autorizzerà la manifestazione. Già questa è una apertura importante, un segno di sensibilità e rispetto".
Ringraziamo la Signora Almirante per averci ricordato che la manifestazione del pensiero oggi è finalmente libera, non come ai tempi gloriosi del ventennio.

Ma veniamo alle notizie veramente importanti.

Lo Stato di Israele compie 60 anni. Auguri.
Magari ogni tanto sarà stato cattivello, e noi abbiamo una tradizione antisionista e filoaraba, magari gli israeliani sono fascisti, magari ricevono soldi dall'occidente e i palestinesi no (ma li hanno dagli arabi).
Ma magari Israele è all'avanguardia nello sfruttamento dei terreni deserti, è uno dei centri di ricerca scientifica più avanzati al mondo, permette ai giovani ricercatori di studiare e approfondire (mi raccontano di positive esperienze in tal senso), è chiaramente ricco di contraddizioni (Tel Aviv non è Gerusalemme) ma, incastrato nel mondo arabo, è un Paese che in materia di diritti civili, anche per le persone omosessuali, è più avanzato dell'Italia. (qui il sito di Agudah, associazione GLBT israeliana).

Lo sanno bene i gay palestinesi che vengono a divertirsi a Tel Aviv, perchè a casa loro si muore per un bacio rubato.

martedì, maggio 06, 2008

A pranzo con Souffle (4)

Insalata di primavera

Cari affezionati lettori di questa rubrica, come molti di voi avranno notato dalle prime sudorazioni ascellari, la primavera è arrivata, con alti e bassi, ma il sole ha reso le nostre facce più colorate.
Per alleviare le prime calure e i primi calori dovuti alle visioni di ragazzi e ragazze in canotta, ecco una bella insalata nutriente, colorata e facile da preparare.

Vi serviranno 3 carote, 200 grammi di germogli di soia, un cetriolo bello grosso (e duro) alcune fette di ananas fresco.
Per il condimento: un cucchiaino di burro di noccioline, un cucchiaio di salsa di soia, un limone e olio extravergine d'oliva. Sale q.b.



Tagliate le carote e il cetriolo à la julienne, uniteli ai germogli di soia in una capiente ciotola. Poi prendete le fette di ananas fresco e tagliatele in piccoli tocchetti.
A parte avrete preparato il condimento, con il limone, la salsa di soia e il burro di noccioline che avrete stemperato mentre versate l'olio.
Tenete in fresco l'insalata, tiratela fuori 15 minuti prima di servire e conditela solo poco prima di metterla in tavola.


Sardine al vino bianco e capperi

Dopo l'insalata perchè non restare leggeri con un piatto sano e nutriente?

Qui vi occorrono (per 2 persone): 100 grammi di sardine, due bicchieri di vino bianco, mezza cipolla, un pugno di capperi sotto sale, timo, mezzo dado vegetale, pepe nero, tre cucchiaini di pan grattato.


Togliete la testa e le interiora alle sardine, lasciando la lisca centrale.
Tagliate finemente la cipolla, e soffriggetela un poco in due cucchiai di olio extravergine.
Aggiungete i capperi e un bicchiere di vino bianco. Fate andare mentre sbriciolate il mezzo dado.
Unite le acciughe e il timo. Spruzzate una bella macinata di pepe.
Poi alzate lievemente la fiamma e unite l'altro bicchiere di vino bianco.
Spargete a pioggia il pane grattato uniformemente.
Fate andare fino a che il sughetto non si è rappreso ma non fatelo asciugare.
Servite immediatamente.

PS. Le foto non sono proprio indicative della ricetta. Devo ricordarmi di fotografare i piatti.

domenica, maggio 04, 2008

Cadinot, l'ultimo romantico del porno

Lo ha già ricordato il Conte, ma voglio unirmi anche io nel salutare uno dei pochi veri registi del cinema porno, innamorato dell'arte cinematografica, della pellicola, un regista che si sottraeva agli stilemi del genere per sottomettersi solo all'Arte.
Un anno fa gli dedicammo un post reverente immaginando una rassegna di suoi film a Venezia sotto la direzione del Conte Nebbia.

Jean Daniel Cadinot è morto a 64 anni per arresto cardiaco.
Gli sia lieve la terra.
Qui il suo blog, dove c'è l'ultimo saluto, qui la notizia data da Têtu.


sabato, maggio 03, 2008

Torino GLBT Festival 2008

Il TOGay 2008

Anche quest'anno si è svolto a Torino dal 17 al 25 aprile il Festival del cinema GLBT e anche quest'anno gli abbiamo potuto dedicare pochissimo tempo.
Mi premeva però scrivere queste poche note, in attesa del succoso speciale degli Spietati, unica rivista on-line (e non solo on-line) che ogni anno cerca di dedicare uno spazio di approfondimento critico al cinema a tematiche omosessuali, cercando di convincere tutti di una cosa che dovrebbe essere assodata: lo sguardo gay, l'estetica e la politica del cinema gay non interessano solo gli omosessuali ma possono arricchire tutti.
Le istanze politiche che avevano accompagnato la nascita - oltre 20 anni fa - di un Festival di questo tipo erano diverse da quelle attuali, ma rimane ferma la voglia di dare voce, spazio, schermi, ad un cinema diverso, alla voglia di capire nuovi sguardi, nella speranza che un giorno il cinema gay sia in mezzo a tutto l'altro cinema, nella certezza che così non è oggi, da nessuna parte.
Oggi che questo è uno dei Festival più importanti del mondo, si può voltare pagina e mi pare che la qualità stia crescendo sempre di più.

Veniamo alle impressioni dentro e fuori schermo di quest'anno.
Molta gente, grandi scambi di idee, chiacchiere, poco fashion (e qui è la fondamentale differenza con il Festival gay di Milano). A Torino si viene per guardare film e vedere gente, non per rimorchiare. Per quello ci sono le feste al The Beach ai murazzi, dove Bruce LaBruce ha invitato i fan che hanno assistito alla proiezione di Otto.

Il vincitore

Ha vinto La leon, film di franco-argentino di Santiago Otheguy, già Teddy
Award a Berlino. Il film non lo ho visto ma me ne hanno dette meraviglie. In un bianco e nero di lacerante bellezza, la storia di Alvaro, che vive in una isoletta al largo dell'Argentina, emarginato dalla sua omosessualità e dal suo amore per i libri; unico legame con la terraferma, La Leon, il battello veloce che collega questa isola fuori dal tempo e il mondo reale (vero?) al di là dell'acqua (qui il video di Berlino).

Premio speciale della giuria

Sono stati due. Il primo al tedesco Was am Ende zahlt di Julia von Heinz, che sembra una storia molto interessante e fuori da tradizionali schemi già visti, del desiderio di due ragazze di farsi una famiglia (trailer).

Il secondo è andato al magnifico Les Chansons d'amour, di Christophe Honoré, la cui visione ho recuperato una volta tornato a casa (trailer).
Si usa la musica per raccontare l'Amore e una (più) storie d'amore, soggetto semplice (ma non banale). Pare non succedere nulla, invece succede tutto, come nei 4 minuti di una canzone. Sapere riconoscere il sentimento vero quando arriva, senza fermarsi al gender, è la vera conquista.

I protagonisti le cose importanti se le dicono cantando, perchè i veri sentimenti sono in musica. Lui e lei, lei e lei + lui, lui e lui, l'amore è bello come una canzonetta che ti rimane in mente, anche quando è finita, anche quando cerchi la canzone giusta. E se lui alla fine sceglie di stare con un maschietto anzichè con la ragazza non è forse l'imprevedibilità dell'amore, libero e bello, del verso sciolto, che supera la banalità della rima baciata?
Cast meraviglioso (Garrel, Saigner, Mastroianni), alcune scene da brivido, tipo questa.

Interessanti le retrospettive offerte quest'anno.

La prima a Sébastien Lifshitz, uno degli sguardi più personali e intensi del cinema europeo.
Gli appassionati di Cinema hanno potuto non solo rivedere i suoi meravigliosi lunghi (Wilde side, Quasi niente, La Traversée), ma anche mediometraggi come lo splendido Les Corps ouverts, o Il faut que je l'aime.
Altra retrospettiva interessante l'omaggio al grande Stanley Kwan - che potremmo inserire, se fossimo dei professori, tra gli esponenti di quella che fu la cd. nouvelle vague di Hong Kong - amante del melodramma, del cinema al femminile (e ovviamente di Cukor) autore che ha lavorato anche su film a tematica gay, sentendo da vicino questi temi, essendo uno dei pochi registi asiatici dichiaratamente omosessuali, laddove di omosessualità nemmeno si deve pronunciare il nome.
Non poteva mancare tra i film della retrospettiva il celebrato e noto Lan Yu e Changhen Ge (Everlasting Regret), che racconta, lungo 50 anni di storia cinese, le sofferenze e i patimenti di una donna costretta a soffrire per le decisioni degli uomini che le stanno accanto. Un film amaro, devastante e appassionante come sanno esserlo molti amori.

Piccolo omaggio a Jodie Foster, peccato si sia scelta una pellicola mediocre come The Hotel New Hampshire: ma occorre dire che Irving non è mai stato fortunato con il cinema.

Per i cinefili duri e puri segnalo che vi siete persi (ci siamo persi!) tutta una serie di corti di Guy Maddin, uno degli sguardi cinematografici più anarchici della contemporaneità.

Gli amanti del cinema del far east poi avrebbero goduto della retrospettiva sul lo sguardo queer del cinema giapponese.

Oltre ai meravigliosi Oshima Nagisa (Gohatto) e Takashi Miike (46-okuen no koi), presenti anche manga usciti anche da noi come Il cuneo dell'amore (Ai no kusabi), o La leggenda dei lupi blu (Aoki okamitachi no densetsu), il curioso Lady Oscar (Berusaiyu no bara) di Jacques Demy, tratto dall'omonimo meravoglioso manga di Ikeda Ryoko.
E ancora Manji (La casa dei piaceri particolari) di
Masumura Yasuzo, violenta passione femminile tra la moglie di un avvocato e una giovane conosciuta ad un corso di scultura. O Yukinojo Henge (An Actor's Revenge) di Ichikawa Kon, storia dell'uso dell apassione amorosa al femminile a scopo di vendetta.

Non sono mancati classici del cinema da offrire in pasto ai neofiti (si è rivisto Mala noche, il primo - e già molto - Van Sant, O fantasma, Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio, Almodovar al meglio/peggio dei suoi inizi). E in questo modo si è omaggiata Alaska, la cantante spagnola dei Fangoria che è troppo meravigliosamente icona (qui Alaska si concede agli appassionati).


Già ho detto della presenza di Bruce LaBruce, che ha anche risposto ad alcune domande sul suo film, Otto (qui le potete vedere).


E se il panorama cortometraggi non sfugge alla medietà/mediocrità (che peraltro si vede in tanti altri festival) vorrei segnalare solo, perchè chi li ha visti me li ha definiti meraigliosi, The Patterns Trilogy di Jamie Travis. Gli do credito perchè lo scorso anno di Travis vidi The saddest boy in the world (a lato) e posso dire che quel regista è un autentico genio.
Al prossimo anno. Spero veniate numerosi.

venerdì, maggio 02, 2008

Insalata di Porro

Ecco cosa scrive Maurizio Porro sul Corriere di ieri.

Massimo emblema del film radical chic per palati finto fini, il Treno di Anderson (che forse rimarrà autore solo dei Tenenbaum), deraglia di bruto. Eccede, chiede la garanzia del prologo, coltiva tre fratelli che si ritrovano post mortem del Whitman sr. per un viaggio di riappacificazione in treno in India, dove in un monastero si nasconde la madre. Ogni spiritualismo turistico è in bella mostra nel soggetto snob - sembra una parodia della Valeri anni '50 - in cui tre ragazzacci viziati restano campioni di arroganza: nulla può la mistica indiana. Meglio soli che male accompagnati, infine.
Belle immagini, vacche glamour, accarezzati temi alti, che fungono da suppellettili del gioco in vetrina con spot Vuitton. Attori (Wilson, Brody, Schwartzman) quasi disegnati che si definiscono insopportabili: non stentiamo a crederci.

Porro si è sforzato poco, ma già in queste poche righe scritte con la mano sinistra emerge quanto lui del film abbia compreso assai poco. E mi conferma che non basta avere visto 10.000 film, non basta avere letto 1000 libri di cinema, quando la soggettività entra in campo.